Stanchi di viaggiare

Io e mia madre condividiamo un destino strano, che va oltre quello del sangue. Come una maledizione.

Viaggiamo da una vita.
Lei da quando – giovanissima – si trasferì in Svizzera per stare accanto a suo marito, in un paese straniero dove la gente parlava una lingua che non conosceva e che ha dovuto imparare, in qualche modo.
(Io la ammiro ancora per questo, e mi domando come abbiano fatto. Ammiro tutti gli emigranti d’Italia, e comprendo quelli che emigrano IN Italia, e mi incazzo – sì, mi incazzo – quando sento parlar male di loro. Ma questa è una parentesi lunga, e forse fuori luogo)
Dicevo: io e mia madre condividiamo il destino del viaggio.
Che è un destino amaro, di abbandono e di paura. Non credete a chi vi descrive il viaggio come un’esperienza estasiante, esaltante e basta, null’altro: sono persone senza legami.
Il viaggio ti pone di fronte a una sfida, ti spinge a cambiare e a migliorare, ad adattarti. Ma toglie via – sempre – un pezzo di te. Quello che lasci nella città che abbandoni, anche momentaneamente.
Il viaggio è un destino amaro, perché i viaggi iniziano e sembrano non finire mai.
E cominci a viaggiare, e ti chiedi se e quando finalmente tornerai a casa. E ti chiedi, soprattutto, quale sarà la tua casa. Qual È la tua casa.

Perché certe volte, anziché viaggiare, vorresti semplicemente stare seduto. Abbracciato alle persone che ami, a guardare il mare. E sentirti felice.

Radici

Radici

La maestosità del verde calabro. Il disordine, la jungla di alberi ed erba e sterpaglie e cespugli e fiori, e le coltivazioni dei contadini, e il rosso dei pomodori stesi ad essiccare, e i colori delle fico d’india che maturano sulle piante grasse ai bordi delle strade, e il giallo dei fiori di campo che investano le piantagioni di olive e sembrano un tappeto di sole.

C’è un’altra Calabria che vorrei poteste vedere. C’è un’altra Calabria che vorrei poteste vivere.

Con gli stessi ricordi della mia infanzia, i giochi con le ghiande raccolte per terra e i mazzi di fiori, e i giochi col verde a due passi, e le corse in bicicletta a raccogliere asparagi selvatici.

Ma forse, questo, non sarò davvero mai in grado di farlo.

Ruggine – Sambiase per immagini

Sambiase Photoshooting #1

“E tu che ci fai qui?” mi ha chiesto mio cugino, vedendomi con la macchina fotografica in mano. La frase non era proprio questa, certo: era un sambiasino poco tradicibile, qualcosa a metà fra “E tu che ci fai qui?” (luogo) e “Ma cosa stai facendo qui?” (azione).

Quel che contava era lo stupore divertito. Lo stesso della gente per strada e in piazza, nel vedere un quasi straniero – in città mi si vede davvero poco – girare con fra le dita quell’oggetto sconosciuto che alcuni inistono a chiamare “reflex”. Uno stupore divertito, dicevo, e un po’ impaurito; di quella paura lieve e irrazionale causata dall’ignoto.

La risposta era – semplicemente – che mi andava di fotografare la mia città. Ma era difficile da accettare, e ho avuto la netta sensazione che mio cugino tentasse di trovare spiegazioni più razionali. Magari fotografo per lavoro. Magari per un concorso, chissà. Dopotutto, perché fotografare Sambiase?

Non saprei spiegarlo neanche io, onestamente. Perché farlo? Forse era semplicemente il bisogno di raccontare una realtà che a breve potrebbe non esserci più. Divorata da una modernità che non le è consona, da una fame vorace di progresso e consumismo che poco si adatta ai ritmi lenti del Meridione.

Come un acido corrosivo che intacca le fondamenta delle case, rischiando di far crollare tutto.

Mi sembrava urgente fermare il tempo con uno scatto. L’avevo già fatto più o meno due anni fa, in un estemporaneo shooting con la mia compattina. Di nuovo, ne ho sentito la necessità. Una necessità doppia di tenere i piedi saldi sul terreno e ripercorrere le mie radici, e di incorporarle nella mia crescita fotografica.

Ma credo di aver parlato già abbastanza.

Sambiase Photoshooting #2Sambiase Photoshooting #3Sambiase Photoshooting #4Sambiase Photoshooting #5Sambiase Photoshooting #6

Generazioni

Gli anni passano

Ci sono molte donne forti, nella mia famiglia. Donne del Sud. Le riconosci dallo sguardo, che sa mirare dritto negli occhi e leggerti dentro. Senza filtro. E le riconosci dal sorriso, quella smorfia un po’ amara e beffarda di chi ha imparato a sue spese che la vita non fa sconti. Hanno voci forti, le donne della mia famiglia, a volume alto; per farsi ascoltare anche da chi non vorrebbe, con le corde vocali di chi ha sgomitato per guardagnare il suo spazio.

Riflessi

Sembra retorica, è vero. Anzi, probabilmente lo è davvero. Pura retorica, idealizzazione di persone che sono state parte della mia vita fin dall’infanzia.

Un po’ meno retorica è la paura. L’incapacità di sapere come sarò io, alla loro età. All’età di mia madre, o di mia zia, o di mia nonna. Avrò la loro stessa forza o sarò stato travolto dalle mille sfighe della vita? Riuscirò a prendere per mano le persone a cui voglio bene e sostenerle nel loro cammino? O le guarderò distruggersi e autodistruggersi, senza muovere un dito?

Sorrisi

Non lo so. E la cosa mi spaventa, appunto: è paura. Paura dell’ignoto. Ma paura, soprattutto, di non essere all’altezza di questa letteratura di donne e coraggio.

Sono gli uomini il vero sesso debole, nella mia famiglia. Quelli da sopportare nei propri difetti e da aiutare negli errori, tamponati col sudore e nascosti dietro un sorriso e due maniche rimboccate.

Vorrei spezzare questa tradizione, almeno in parte. Ma alle volte non credo di averne la forza.

Meritato riposo

Meritato riposo - Scattata con iPhoneCon oggi inizia, diciamo ufficialmente, la mia settimana di vacanza estiva. Che era partita in sordina, lavorando da casa, con i consueti stress che anche il famigerato telelavoro può darti.

L’ho festeggiato comprandomi un iPhone, i cui deludenti risultati fotografici potete vedere in foto (e pensare che l’ho pure un po’ rimaneggiata, riducendo il rumore). Che la qualità dell’immagine sia scadente era risaputo, ma speravo – speravo fortemente – in qualcosa di meglio. Poco male, non l’ho acquistato per questo.

Da adesso, e per una settimana circa, solo riposo. E qualche foto della mia città, per rinverdire il portfolio di immagini lametine che avevo inaugurato poco più di un anno fa, ai tempi – sembrano eoni – della compattina digitale.

E intanto, oggi è il mio compleanno. Tanti auguri, Claudio. Ti auguro che questo nuovo anno di vita sia felice. Più felice.